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Questo racconto è tratto da “Rollback!“, scaricabile integralmente qui:
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PRIVATIZZAZIONI – I POLITICI
Tutta l’operazione di devastazione dei beni pubblici è stata opera di una allegra “banda”. Non commettono reati (così pare), ma non è chiaro quale beneficio essi abbiano apportato al Paese.
Romano Prodi può essere considerato comunque il pioniere delle privatizzazioni: la sua nomina alla presidenza dell’IRI avviene nel 1982 e già nel 1986 l’Alfa Romeo1 viene liquidata assieme ad altre aziende. Poi, per un soffio perde l’occasione di svendere anche la SME: Bettino Craxi ostacola l’operazione ingaggiando anche Berlusconi il quale, assieme ad altri, propone una offerta (migliore) di acquisto.
Per una buona parte della politica, Romano Prodi è un vero mago dell’imprenditorialità pubblica. Infatti, quanto alla gestione della siderurgia, lapidaria fu la definizione che Enrico Cuccia diede dell’operato di Prodi: “nel 1988 ha solo imputato a riserve le perdite sulla siderurgia, perdendo come negli anni precedenti.”
Vale la pena ricordare che l’intraprendente Romano Prodi fu consulente di una azienda finanziaria internazionale: quale?
Goldman-Sachs.
Nel settembre 1992 c’è il colpo finanziario contro la Lira attuato da George Soros: è una sorta di “bombardamento” forse per “saggiare” e minare la credibilità italiana.

Chi aiuta Soros a colpire l’Italia nel settembre del 1992?
Goldman-Sachs.
Per la cronaca Soros è insignito di laurea honoris causa a Bologna, ma nel frattempo è ricercato dalla Federazione Russa, mentre in Malesia è ricercato per eseguire una condanna a morte (per impiccagione).
Si arriva al 1993, con Beniamino Andreatta. Egli è democristiano (anche Giuda era un Apostolo).
Il Beniamino, nel luglio 1993, si organizza con Van Miert per decretare che l’IRI deve “stabilizzare” i debiti. Van Miert è preoccupato perché come “commissario europeo alla concorrenza” deve evitare che gli aiuti di Stato vadano alle aziende.
Detto e fatto: le aziende statali saranno vendute a tranci, come il tonno.
Tra le varie aziende, c’è di mezzo anche l’IRI: l’ente che possiede la maggior parte delle aziende pubbliche. Negli anni ‘90 l’IRI è la settima corporate al mondo per dimensioni.
Ciampi nel 1993 privatizza: ENEL, INA, AGIP, IMI, STET, Credito Italiano (Credit) e Banca Commerciale Italiana (Comit). Chi aiuta Ciampi a privatizzare?
Goldman-Sachs.
Anche il governo Berlusconi nel 1994 si cimenta nella privatizzazione: IMI, STM, Elsag.

Nel 1997 il sempre presente Romano Prodi mette sul mercato TELECOM. Per Financial Times si tratta di una “rapina in pieno giorno”.
Arriviamo al 1999 e Massimo D’Alema riesce “abilmente” a collocare la concessione delle autostrade ai Benetton. Non tutte le autostrade saranno “concesse” ai Benetton: solo quelle più succulente, come per esempio la A4 Milano-Venezia, verranno “offerte in sacrificio”. In precedenza queste autostrade erano gestite direttamente dalla società pubblica Autostrade SpA ).
All’inizio i Benetton avranno una quota del 30% di Autostrade Spa, che poi salirà al 56%.
I governi del periodo sono:
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Amato (28.06.1992 – 28.04.1993)
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Ciampi (28.04.1993 – 10.05.1994)
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Berlusconi (10.05.1994 – 17.1.1995)
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Dini (17.01.1995 – 17.05.1996)
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Prodi (17.05.1996 – 21.10.1998)
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D’Alema (21.10.1998 – 22.12.1999)
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D’Alema (22.12.1999 – 25.4.2000)
In un suo intervento Paolo Barnard fa una distinzione tra due tipi di “mafie”: quella imperfetta e quella perfetta associando a questa ultima una certa parte della finanza. Avrà esagerato?

DALL’ALTRA PARTE
Le privatizzazioni furono una operazione compiuta da una banda nostrana con fiancheggiatori esteri.
Dall’altra parte, in casa, a difendere il Paese erano in pochi, ma vanno ricordati.
Enrico Mattei non è un politico, ma ragiona da politico. Con l’ENI, azienda pubblica, riesce a dare all’Italia una posizione di rispetto. Purtroppo il mercato del petrolio non ammette “estranei” e nel 1963 viene assassinato facendo esplodere l’aereo su cui volava.
Probabilmente la “mano” che lo uccise era francese, favorita da altre “mani”.
Aldo Moro cercò la crescita del Paese attraverso l’unione. Determinante fu il suo lavoro per la creazione del “compromesso storico” che non fu solo una semplice convergenza politica, ma una convergenza sociale. In questo senso la crescita economica dell’Italia fu in parte dovuta anche alla sua opera. Al suo riconoscimento del ruolo degli stati arabi, fece da contrappeso la minaccia di morte da parte di Henry Kissinger. Sta di fatto che il suo assassinio rimane con troppi “interrogativi”, specie per il ruolo degli americani e degli israeliani.
Per taluni Bettino Craxi era l’uomo delle tangenti, per altri (pochi), le tangenti servivano per sostenere i partiti.
Per Craxi, parole sue, i “finanziamenti” servivano ai partiti per poter funzionare.

In effetti Craxi non si arricchì, pur se gli incarichi ricoperti glielo avrebbero permesso, ma volle dare spessore al ruolo dell’Italia nel mondo. Chiaramente i meno “abbienti”, culturalmente parlando, videro in Craxi l’ambizioso politico, ma un conto è l’ambizione e un conto è la corruzione per interessi personali.
In un certo senso, uno degli obiettivi delle Partecipazioni Statali era anche quello di fungere da “polmone sociale” consentendo l’occupazione delle persone e la presenza sul mercato, anche a costo di dover sostenere le perdite.
Ovviamente l’obiettivo del miglioramento dei bilanci delle aziende partecipate, era un fatto concreto: basti pensare alla nomina di Marisa Bellisario in ITALTEL.

Solo alcuni episodi, presi ad esempio, dovrebbero dare l’immagine del suo pensiero:
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rafforzamento delle Partecipazioni Statali. Ricorda Marzo Biagio che Craxi era contrario ai “saldi di fine stagione” dei beni dello Stato
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sostegno al “mondo” arabo in particolare alla Palestina
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rispetto della Sovranità italiana, specie nella crisi di Sigonella
Quanti politici possono oggi dichiararsi scevri da “influenze” internazionali?
PRIVATO È BELLO
Hanno venduto le aziende pubbliche perché erano in perdita. Quindi come nelle migliori tradizioni si è buttato via il bambino con l’acqua sporca.
Per esempio, nel 1993 viene venduta la quota del 54,8% del Credito Italiano per 1.801 MLD di Lire pari a 1,532 MLD €. Solo nel 2023 l’utile è stato di 9,5 MLD €.
Sempre nel 1993 viene venduta la quota di 14,8% di STMicroelectronics per 165 MLD di Lire pari a 140.366.787 di €. Nel 2022 ST ha avuto utili per 4,42 MLD di USD.
E ancora, nel 2000 viene venduta la quota di Autostrade SpA del 30% per 4.911 miliardi di Lire pari a 3,4 MLD €. Nel 2022 Autostrade ha avuto utili per 1,13 MLD di €.
Per molte delle aziende “vendute” il miglioramento del bilancio fu rapido anche perché una buona parte dei costi erano dovuti alle retribuzioni e quando furono tagliati i posti di lavoro i bilanci aziendali uscirono dal profondo rosso. In realtà i costi di “ristrutturazione” ( disoccupazione) finirono sulle esili spalle dello Stato italiano.
In sostanza vennero quasi “regalate” delle aziende che nel giro di poco tempo furono in grado di produrre utili, non più per lo Stato, ma per i coraggiosi investitori (spesso esteri).
In sostanza, per racimolare una misera cassa, questi personaggi politici non hanno esitato a perdere anche aziende ad alto contenuto tecnologico, come STM, e questo proprio quando la tecnologia si espandeva geometricamente.
Sarebbe interessante notare che chi amministra aziende private ha studiato, molto probabilmente, in strutture pubbliche e quindi non è una questione di “scuola”, ma di senso civico.
Per quanto riguarda l’ENEL, anche per lei si conferma un buon periodo, tanto che il bilancio del 2023 riporta un utile EBTDA di 22 miliardi.
Se ENEL fosse rimasta pubblica, e gestita con un po’ di criterio, quei miliardi apparterrebbero alla comunità.
RICORDANDO ITALTEL
Agli inizi degli anni ‘80, a Milano, c’è ITALTEL, è un’azienda pubblica, nata negli anni ‘20 che opera settore delle telecomunicazioni. O meglio: dovrebbe operare, ma una gestione sicuramente non efficace sta portando l’azienda nel baratro del fallimento. ITALTEL produce centrali telefoniche però non riesce a venderle tutte. Sono centrali a relè ed oramai i circuiti integrati sono i nuovi protagonisti dell’elettronica.
Poi la svolta. Nel 1981, Bettino Craxi, su intervento di Gianni De Michelis, nomina Marisa Bellisario come amministratore delegato della agonizzante ITALTEL.
La Bellisario spinge, pur con difficoltà, la produzione delle nuove centrali multiplate, tutte digitali. Segue i prodotti con cura, con passione e pignoleria. In tre anni il fatturato quasi triplica e ritorna l’utile. Il tutto in tre anni. Un successo.
Poi a 53 anni lasciò: una malattia decise che era giunto per lei il momento di “andare”. Era un giorno di agosto del 1988, a Torino.
IN PRINCIPIO ERA FIAT
Quella che prima era FIAT (Fabbrica Italiana Automobili Torino) adesso è Stellantis, ex FCA.

La FIAT è sempre stata una azienda privata e, per quanto quotata in Borsa, il bastone del comando è sempre stato in mano ad Agnelli prima, ed Elkann successivamente.
La FIAT ha avuto spesso ottime intuizioni per le automobili, peccato che poi per realizzarle aveva il “braccino corto”, tanto che nel mercato americano era conosciuta con il poco felice nomignolo: “Fix-It-Again-Tony”.
La FIAT trovava sempre le porte aperte di tutti i governi italiani, bastava che chiedesse e tutto veniva concesso: sia per finanziamenti e sia per agevolazioni.
Alla FIAT è stata “regalata” l’Alfa Romeo.
Alla FIAT è sempre stata “regalata” la cassa integrazione in maniera che la proprietà potesse mantenere i suoi lauti profitti, scaricando le perdite sul Paese. Però la Juventus poi faceva passare tutti i malanni.
Adesso, che è Stellantis, il suo amministratore audito alla Camera, dichiara (in inglese) che visti i costi di produzione per le auto elettriche, lui ha bisogno di “sostegni”, ovvero palanche o danèe.
Ci sarebbe chiedersi ove stiano le virtù manageriali di un personaggio (Carlos Tavares) che nel 2023 è stato premiato con 23,5 milioni di euro giusto poco prima che Stellantis iniziasse la lenta “discesa” senza una possibile alternativa.
Verrebbe il sospetto che la bravura (lautamente compensata) sia in realtà quella di andare a chiedere soldi allo Stato o ai cittadini. Ma per andare a chiedere quattrini bastava un qualsiasi povero-cristo, mica un supermanager importato dal Portogallo insieme al Mateus.
In ogni modo Carlo Tavares si dimette all’inizio di dicembre 2024, ma il problema è che in Italia vi sono molti, troppi, sosia di Tavares e quindi questa “anomalia” è destinata a perdurare.
Nel film “Una poltrona per due”, del 1983, un mendicante, certamente sveglio, viene ingaggiato, per scommessa, come amministratore di un grosso gruppo finanziario. In questa veste dimostrerà doti inaspettate. È una commedia, ma non troppo distante dalla realtà.
I veri “manager” sono quelli che prendono un’azienda in procinto di fallire e ne ribaltano le sorti: verrebbe in mente l’ENI ai tempi di Mattei, ma il confronto è troppo impietoso.
Forse la storia che i “privati” siano migliori ha il sapore di una favola, ma per il contribuente è un incubo.
ALI DI CARTA
A luglio del 2024 tocca all’Alitalia passare di mano. L’ultimo pezzo di ITA (già Alitalia) viene ceduto a Lufthansa per 250 o 300 milioni di euro: è il 41% del capitale di ITA che era ancora in mano italiana. Per i governi italiani la cessione era un modo semplice per evitare le perdite. La “questione” Alitalia è oramai trentennale: possibile che in trent’anni non si abbia trovato qualcosa di meglio dei “capitani coraggiosi” (e famelici)?
Domanda: è legittimo supporre che qualcuno possa avere l’interesse all’Alitalia in perdita?
Riflessione semplice: l’Italia è un paese con una forte vocazione per il turismo. Possedere quasi tre quarti delle opere d’arte mondiali non è un dato di poco conto. Per tale ragione il turismo ha ottime ragioni per essere supportato anche attraverso una compagnia di bandiera. Ovviamente, oltre ad una compagnia di bandiera bisogna che anche gli aeroporti siano nazionali, altrimenti siamo punto a capo.
AUTOSTRADE GIOVANI
Dovendo rimodernare il Paese, qualcuno ha pensato bene di cambiare il sistema delle autostrade. Il periodo in questo caso è intorno al 2009.
Il cambiamento in sintesi era questo: invece dello Stato che costruisce e poi dà in concessione, questa volta il privato costruisce e si tiene i pedaggi. È il caso della BREBEMI, la Pedemontana e altre ancora.
Dal punto di vista finanziario fu messo a punto un meccanismo particolare per poter gestire la parte finanziaria: il project financing, che altro non è che una concessione, questa volta perpetua, ai privati.
Tuttavia con questo meccanismo del project financing si rischiava di non poter sprecare dei soldi pubblici, il che in “democrazia” suona male, quindi ecco una soluzione: il “pubblico” ogni anno versa 360 milioni alla BREBEMI, così l’autostrada può sopravvivere. Tutto questo per evitare l’estinzione dell’imprenditore “sostenuto” (dallo Stato). Nessun stupore, tutto come al solito.
Potrebbe stupire il fatto che è stato sprecato del territorio per costruire un opera (l’autostrada BREBEMI ) che di fatto non era poi così tanto indispensabile, visto che la gente va dove spende meno, neanche fosse una boutique. Anche qui, nessun stupore, tutto come al solito. Firmato: Lega e amici.
FONDI GLOBALI
Può capitare di chiedersi in che tasche finiscano i soldi spillati ai portafogli degli italiani.
Provando a seguire il “flusso” si arriva
Chi trae vantaggio dall’impoverimento italiano?
Secondo lo schema del bravo complottista, tutti i fili della finanza sono mossi dalle elités, o da pochi “patrizi” comunque facenti parte del “deep state”.
Proviamo a capire meglio.
CIRCOLI CHIUSI
In pratica il mondo sarebbe diviso in due rami: i burattinai ed i burattini (dove tra questi ultimi troviamo anche molti buffoni).
Il passaggio di persone da un “ramo” all’altro, a volte chiamato “ascensore sociale” è molto ridotto tanto da poter corrispondere al termine di elitismo.
Prendendo spunto dal saggio di Charles Wright Mills, Le élite del potere (1956), questa potrebbe essere una piccola rielaborazione delle “classi”:

Per quanto si voglia immaginare il passaggio da una classe ad un altra non è sempre agevole. Un figlio di operai potrà anche diventare generale, ma difficilmente Capo di Stato Maggiore.
Allo stesso modo nell’ambito finanziario i circuito è “chiuso”, non basta aver studiato “Economia e Commercio”: al massimo uno potrebbe diventare direttore di agenzia, ma difficilmente amministratore delegato. Quel ruolo spetta di diritto ai “patrizi”, da secoli.

AMATI DALLE BANCHE
Per avere una modesta idea del perverso rapporto tra le elités e la politica basterà ricordare le condizioni di tenuta del conto corrente che Intesa SanPaolo offre ai parlamentari: oltre 20 volte le condizioni praticate alla clientela privata. Il problema di questa “offerta” è che non è chiara (almeno in prima battuta) quale ne sia la ragione, posto che nessuno regala qualcosa senza motivo.
MORTE ACCIDENTALE DI UN GIOVANE
Un altro esempio di “elitismo” può essere rappresentato dalle dichiarazioni di Salvini1 riguardo al caso di Federico Aldrovandi.
Federico muore il 25 settembre 2005, anzi viene ucciso.
Era stato fermato da un gruppo di poliziotti, forse per una “canna” o forse per una “pasticca”, ma quel che è certo è che è stato picchiato sino alla morte.
Se si considera che la vita della persona in istato di fermo è nelle responsabilità delle Forze dell’Ordine allora appare chiaro chi ne debba rispondere.
La morte di Federico non fu un tragico e sfortunato epilogo di una serata finita male, infatti dall’autopsia risulteranno:
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54 ecchimosi (bastonate)
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tumefazione scrotale
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morte per compressione toracica
Difficile parlare di sfortuna. Sì, perché per essere omicidio colposo bisogna che la morte sia avvenuta per colpa, mentre le 54 manganellate bisogna darle con l’intenzione, così come schiacciare il torace ad una persona ammanettata ed in posizione supina, è equivalente a premere il grilletto ad una pistola carica e senza sicura. Vallo a dire che è stato un caso, o “sfiga”.
I poliziotti coinvolti direttamente erano quattro e vale la pena ricordarne i nomi (circa le gesta basta consultare il casellario giudiziario): Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Pollastri.
Essendo poliziotti, pubblici ufficiali, è legittimo attendersi da loro la piena responsabilità di quanto accaduto, alla quale potranno essere riconosciute eventualmente delle attenuanti. In fin dei conti quel ragazzo non è morto di freddo, e qualcuno deve aver pur esagerato.
E invece no: la colpa è del morto, loro, i pubblici ufficiali, sono vittime. Vittime del morto.
Si va anche oltre: la madre di Federico, solo perché pretende giustizia per un figlio ammazzato, viene definita “faccia di culo” e “falsa e ipocrita”.
Non è un bel quadro. La divisa la si onora con il rispetto verso il cittadino, qualunque esso sia.

Poi arriva Matteo Salvini che lascia intendere di aver già compreso tutto:
Tutta la vicinanza alla famiglia di quel ragazzo morto, ma tutta la mia vicinanza alle migliaia di poliziotti, di vigili e carabinieri che ogni giorno si trovavano ad avere a che fare con balordi, con violenti, con disgraziati
Al processo per l’omicidio di Federico Aldrovandi, succede che un drappello di poliziotti colleghi applauda ai poliziotti imputati.
Ancora una volta: non è un bel quadro. Ancora una volta: la divisa la si onora con il rispetto verso il cittadino, qualunque esso sia.
È proprio a seguito della standing ovation poliziesca che alla richiesta di commentare Salvini disse:
…chiedetelo ai poliziotti. Io non faccio il poliziotto, voi non fate i poliziotti, qua stanno facendo un processo a una categoria che per mille euro al mese esce di casa la mattina e non sa se torna a casa la sera. […] Non entro nel merito degli applausi, entro nel merito dei lavoratori spesso ignorati se non derisi da troppa gente
Il fatto che un poliziotto abbia compiuto un atto delittuoso non viene minimamente preso in considerazione. Alla stessa stregua, ma erano altri tempi, avrebbe potuto difendere i poliziotti della “Uno bianca” sostenendo che erano vittime dello stress a cui la polizia è costantemente ed ingiustamente sottoposta.
In pratica il politico “sostiene” i militari (Forze dell’Ordine incluse) per riceverne in cambio, non tanto i voti, quanto la protezione. Allo stesso modo il politico favorirà “certi” imprenditori i quali sapranno come sdebitarsi.
(fine della quinta parte)
successiva: in lavorazione
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Questo racconto è tratto da “Rollback!“, scaricabile integralmente qui:
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