Argo-16, le stragi ed Israele – seconda parte

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IL SABOTAGGIO

Era il pomeriggio del 22 novembre 1973 ed ARGO-16 veniva parcheggiato davanti all’hangar delle “Officine Aero Navali” di Tessera. Gli ufficiali addetti lo chiusero a chiave ed anche con dei lucchetti, perché di pass-partout del DC-3 ne esistono fin troppi e quell’aereo è troppo importante [stf/ag16/1/p355].

Il mattino del 23 novembre 1973, ARGO-16 avrebbe dovuto portare quattro militari ad Aviano. L’aereo non arrivò mai ad Aviano, ma ci fu qualcuno che nel pomeriggio del 22 novembre 1973 arrivò da Aviano.

Alle 18:00 di sera del 22 novembre, a Tessera, l’aeroporto di Venezia, è buio pesto e a quell’ora è già arrivato nella guardiola il vigilante notturno Baden Frezzato.

È dall’inizio del 1973 che la vigilanza notturna è stata appaltata alla ditta “CASTELLANO”, della quale il Frezzato era dipendente. La sorveglianza della ditta “CASTELLANO” deve garantire la copertura dalle 19:00 alle 07:00 del giorno successivo.

Frezzato di solito arrivava un po’ prima per cenare presto per poi iniziare il “giro” con calma. Quella sera la guardia trova sul tavolo due cestini ognuno confezionato con una bottiglia di rosso ed alcuni salumi tipici. Il biglietto dice che è un omaggio per le guardie notturne per l’anniversario di una azienda fornitrice delle “Officine Aero Navali”.

Frezzato non è un “bevitore”, però un “gioseto” [NdT sorso di vino ] durante il pasto lo gradisce, se non altro perché è della classe 1912 ed è nato ad Ariano nel Polesine e l’acqua del Po è anche fin troppa, bisogna quindi mescolare. Solo pochi sorsi da “due dita“ di bicchiere, poi uno strano torpore. Si risveglierà al mattino poco prima dell’arrivo delle maestranze. Più tardi, nel 1996 viene interrogato da Mastelloni e su questo il giudice rileva:

clamorosamente [il Frezzato] adduceva di non ricordare di aver svolto il servizio di vigilanza quella notte ” [stf/ag16/1/p363]

Da lontano qualcuno osserva la parca cena e poco dopo la “neutralizzazione” della guardia, una macchina con targa civile, ma in uso SETAF, si avvicina al cancello, qualcuno scende e controlla l’effettivo “torpore” del guardiano. Questo uomo è già in possesso delle chiavi, apre il cancello per far entrare la macchina la quale si dirigerà vicino alla coda di ARGO-16.

Il cancello viene richiuso e così intorno alle 19:15 il “lavoro” su ARGO-16 può iniziare. Lo “specialista” impiegherà non più di una dozzina di minuti. Evidentemente fu preferito intervenire sull’aereo intorno alle 19:00 perché così i sabotatori potevano sembrare due tecnici mentre facevano gli “straordinari” in modo da ultimare un controllo dopo una riparazione. A volte succede.

Se invece avessero operato più tardi, magari dopo mezzanotte, allora qualcuno avrebbe potuto insospettirsi oppure avrebbero rischiato il controllo della ronda dei carabinieri della vicina stazione di Favaro Veneto. Per uno strano caso della sorte quella notte però i carabinieri saltarono il solito giro di ispezione [stf/ag16/1/p362].

Con la dovuta calma lo “specialista” si mette al lavoro assistito da un uno dei servizi israeliani che gli regge la torcia: sono quattro viti “parker” da togliere per aprire il vano di ispezione dei cavi per gli alettoni. Una volta aperto lo sportellino (codificato dal costruttore come 5001378-42 [stf/ag16/ipc1945/p58]) i cavi del timone e degli alettoni diventano accessibili.

 

Il tirante che comanda l’impennaggio, cioè gli alettoni, è facile da individuare: è quello in “alto” [stf/ag16/ipc1945/p49].

 

Ora qui viene la parte più delicata: tranciare il cavo d’acciaio lasciando qualche trefolo: in questo modo il cavo si spezzerà solo dopo un po’ di manovre. Lasciare solo qualche filo intatto consentirà di superare i controlli pre-volo che certamente i piloti avrebbero eseguito la mattina seguente, prima di avviare il motore. Qualche “morso” di tronchese, qualche minuto per richiudere lo sportellino e tutto sarà pronto per il “grande” viaggio. Purtroppo.

 

IL SEGRETO DI STATO E LA SENTENZA

Il 26 giugno 1986 l’allora Presidente del Consiglio, Bettino Craxi, informa il giudice Mastelloni che alla documentazione richiesta dalla Procura di Venezia viene opposto il segreto di Stato.

La richiesta della documentazione era del 26 marzo 1986 e ci vollero tre mesi per far capire a Bettino Craxi, l’allora Presidente del Consiglio, che la richiesta andava “opportunamente” respinta. La richiesta della Procura di Roma (facente tramite per Venezia) riguardava i fascicoli denominati “archivio di Gelli in Uruguay” i quali contenevano, secondo le ipotesi, informazioni determinanti sui servizi e su molte operazioni “coperte”.

Fino al giorno prima, il 25 giugno, Craxi aveva cercato il contatto con l’ambasciata americana per concordare la risposta al Giudice Mastelloni, infatti in quelle carte c’erano “troppi” personaggi dei servizi americani. Craxi cercava l’ambasciatore, ma invano. Poi cercava l’ufficiale di collegamento dei servizi, ma ancora niente. Forse gli americani si negavano perché nonostante fossero passati sei mesi, la “sculacciata” di Sigonella bruciava ancora (la crisi di Sigonella era avvenuta l’11 ottobre 1985).

In ogni modo, la mattina seguente, il 26 giugno, al Presidente del Consiglio non rimane altro che bloccare Mastelloni con un “segreto di Stato”. Ecco la formula:

Quanto alle modalità di acquisizione del cennato cartegio, si rileva che tale richiesta, che riguarda i «modus operandi» dei Servizi di informazione e di sicurezza e tocca i rapporti internazionali del Paese, non è possibile aderire poiché concerne atti che sono da considerare coperti dal segreto di Stato, in quanto la loro diffusione appare idonea a recar danno a taluno degli interessi indicati nell’art.12 della legge 24 ottobre 1977. n.801”. [stf/ag16/2/p143].

Amen.

 

FALCONE, BORSELLINO E BUSCETTA

Quando Tommaso Buscetta decide di “parlare” con Falcone, lo fa ad una precisa condizione: e cioè fino ad un “certo punto”.

 

Evidentemente doveva essere qualcosa che il giudice, non poteva “toccare”.

Quando poi Borsellino cerca di conoscere la verità sulla strage di Capaci, è sconvolto perché ha appreso che qualcuno dell’Arma è “punciuto”, ma non basta, doveva esserci dell’altro perché qualche tradimento c’è sempre e più di tanto non può stupire, specie uno come Borsellino che ne aveva viste di tutti i colori.

Per capire meglio: fino alla strage di Via d’Amelio si conoscevano due livelli della Mafia:

  • uomini d’onore
  • politici

Si sapeva di diversi politici i quali erano collusi con personaggi mafiosi, ma questa era una situazione nota, specialmente ai “due giudici”.

Entrambi, sia Falcone e sia Borsellino, sono fedeli al segreto istruttorio e non parlano con nessuno di quello che stanno scoprendo all’orizzonte. Fu forse un errore fatale che condannò entrambi alla morte.

Buscetta sa che i servizi segreti italiani sono, nei fatti, in mano straniera e quindi qualsiasi giudice verrebbe inesorabilmente “neutralizzato” perché la Magistratura può arrivare al massimo alla politica. Proprio quel che poi è successo.

Sarà certamente una casuale coincidenza, ma appena esplosa la bomba in via d’Amelio, c’era già qualcuno dei servizi che prende la borsa di cuoio di Paolo Borsellino. È Giovanni Arcangioli, allora capitano dei Carabinieri, il quale ancora oggi non ricorda perché prese la borsa di Borsellino dalla vettura ancora fumante. Forse un gesto istintivo che, come noto, tutti noi proviamo quando assistiamo ad una strage. Sempre Arcangioli, riferisce che la borsa era vuota a parte un crest dell’Arma.

Ora, va bene tutto, ma se dobbiamo anche credere che il giudice Paolo Borsellino andasse in giro con una borsa contenente un tramezzino di prosciutto cotto, un paio di chupa-chups e un gagliardetto dei Carabinieri, allora vuol dire che ci ritengono dei perfetti imbecilli.

Comunque l’agenda rossa non si è più trovata.

 

TRATTATIVA STATO-MAFIA

Si è fatto un gran parlare di trattativa Stato-mafia. Tutte storie: lo Stato “esegue” le direttive della mafia e non le discute, né tanto meno “tratta”.

Basterebbe pensare che nella Seconda Guerra Mondiale, l’esercito degli Stati Uniti, certamente il più potente, quando volle sbarcare in Sicilia, prese accordi con la mafia americana e siciliana.

Figuriamoci se la povera “italietta” degli anni ‘70-80-90 poteva permettersi il lusso di comandare alla Mafia.

Dal punto di vista dei servizi USA, la Mafia è semplicemente un attore, una struttura che può essere attivata in caso di necessità. Possiamo quindi immaginare questa “proporzione”:

\Large \frac{Mafia}{Italia}=\frac{ISIS}{Iraq}

Certi poteri dello Stato sanno molto bene che la trattativa ci deve essere, non perché sia potente la Mafia, ma perché la Mafia è “sostenuta” dai servizi. Se fosse stata solo una questione militare sarebbe stato facile per lo Stato vincere sulla Mafia (ed anche sui politici collusi).

Purtroppo abbiamo avuto addirittura un Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il quale di fronte alle legittime richieste della Procura di Palermo (Antonio Ingroia ed altri) , sollevò un conflitto di attribuzione contro gli inquirenti. L’uomo dalle “creste” sui biglietti aerei (Napolitano), non voleva che le intercettazioni telefoniche, che lo riguardavano, potessero finire nel fascicolo del PM.

In questa maniera Napolitano ha confermato che in quelle telefonate tra lui e Nicola Mancino si parlava di questioni che non potevano essere rivelate nemmeno ai PM pur rimanendo riservate.

Ora, se si considera la “scala delle competenze”, nel livello superiore alla Magistratura vi sono i “servizi” e siccome la Procura di Palermo seguiva la pista mafiosa, diventa logico affermare che in quelle telefonate si parlasse di servizi e mafia. Più chiaro di così.

In definitiva i servizi USA possono disporre sia dei servizi italiani e sia dei picciotti.

 

LA GUERRA PSICOLOGICA

Sovente i complottisti parlano di piani di disinformazione orchestrati dal “potere” a danno dei popoli.

Ciò è plausibile perchè una buona disinformazione consentirebbe di abbindolare meglio la popolazione evitando le dure repressioni di piazza (ma anche private).

Solitamente il mass-media di regime amano denigrare queste teorie ed i loro proponenti chiamandoli “terrapiattisti” ed altre amenità.

Però non sono tutte fantasie, in realtà i piani di “persuasione” esistono e da lungo tempo, solo che pochi se ne erano accorti.

Nel 24 gennaio 1954 Giovannino Guareschi, l’autore di “Don Camillo”, pubblicava una lettera di Alcide De Gasperi nella quale lo statista chiedeva agli americani di bombardare Roma, eccone un brano:

Ci è purtroppo doloroso, ma necessario, insistere nuovamente, affinché la popolazione romana si decida ad insorgere al nostro fianco, che non devono essere risparmiate azioni di bombardamento nella zona periferica della città nonché sugli obbiettivi militari segnalati. Questa azione, che a cuore stretto invochiamo, è la sola che potrà infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano, se particolarmente verrà preso, quale obbiettivo, l’acquedotto, punto nevralgico vitale. Ci urge inoltre, e nel più breve tempo possibile il già sollecitato rifornimento, essendo giunti allo stremo. ”

Guareschi fu condannato a 409 giorni di carcere e sei mesi di libertà vigilata perché la lettera venne dichiarata falsa.

Più tardi, nel 1986, si venne a conoscenza che De Gasperi nel 1952 anelava ad una “controffensiva nel settore psicologico” [stf/ag16/2/p193]. Ora, se si considera la lettera incriminata e le dichiarazioni in seno al Consiglio Atlantico, risulterebbe una continuità ideologica tra i due fatti e quindi la lettera poteva anche essere falsa, ma la sostanza poteva essere vera: gli italiani dovevano essere psicologicamente “manovrati”, con le bombe o senza bombe (almeno per il primo momento).

Vera o falsa che sia la presunta lettera di De Gasperi, nel frattempo la “guerra psicologica” ha nomi, luoghi e date.

Nel 1957 fu costituito un battaglione denominato “Reparto Guerra Psicologica” agli ordini di FTASE e non dello Stato Maggiore italiano, anche se veniva utilizzata una caserma sotto la giurisdizione italiana (Verona). Da allora questo battaglione ha cambiato nome mantenendo gli stessi obiettivi: orientare le persone verso scenari utili alla CIA, per esempio “creare allarmi”. Poi nel 1997 questo servizio venne sciolto, segno che il popolo italiano è oramai completamente “anestetizzato”.

Già negli anno ‘60 tra i reparti di “guerra psicologica” e Ordine Nuovo esistevano dei punti di collegamento, anzi dei contatti “simbiotici”: il Gen. Magi Braschi era uomo della CIA e referente di Ordine Nuovo, sicché i neofasci agivano secondo schemi graditi alla CIA [stf/ag16/2/p177].

SERVIZI SERVIZIEVOLI

È prassi che le industrie che operano nel settore della difesa od elettronico, siano supervisionate dai servizi, ed è altrettanto prassi che la vendita all’estero sia vidimata dal Ministero delle Difesa e dallo Stato Maggiore. In questo modo si evita di vendere apparati e tecnologia a paesi ostili o potenzialmente tali.

Siccome questa è la prassi ecco che esiste pronta la deroga: quando Israele ha bisogno di una fornitura, non segue l’iter previsto, ma passa direttamente la richiesta all’azienda produttrice. Sono le famose “vie brevi”.

Ecco cosa riportava nel 1996 l’Ammiraglio Vitaliano Rauber:

ricordo di una richiesta di urgenza dell’Addetto militare israeliano “Askenazj” che aveva bisogno di cambiare frequenza al disturbatore del radar di un missile perché gli arabi lo avevano cambiato.

Ricordo che il predecessore di “Askenazj” fu ospite in campagna dell’ing. Fratalocchi, i cui dipendenti sortivano da una scuola quadri dei Gesuiti.

Nel casi d’urgenza avveniva il prelevamento degli arsenali e, coevamente, veniva impartito l’ordine alla ditta di ripristinare il quantitativa mancante. [stf/ag16/1/p121]

In altre parole Israele usava i depositi militari italiani come propri magazzini e come “magazzinieri” gli agenti dei servizi italiani. Nella fattispecie l’ing. Fratalocchi è il titolare di “Elettronica Spa”, una azienda marchigiana specializzata nella produzione di sistemi d’arma “warfare” (guerra elettronica), quindi Israele “ordinava”direttamente in fabbrica: una versione militare di “dal produttore al consumatore”, una filiera ridotta al minimo.

Poi l’Ammiraglio Rauber va anche oltre e spiega le “collaborazioni” tra Italia ed Israele, specie quando Israele è in guerra (cioè sempre) ovvero quando in Italia vige il divieto di fornire armi a paesi belligeranti (proprio perché l’Italia “…ripudia la guerra…”). Eccolo:

l’accordo con “il noto paese” era un patto di cooperazione che prevedeva un

apporto israeliano informativo e tecnico e, da parte nostra, una agevolazione e

assistenza nei loro rapporti con le ditte italiane. … detto discorso vale soprattutto per il munizionamento ceduto. In più, detto accordo, implicitamente, favoriva un’immediata sperimentazione del nostro materiale nelle condizioni di guerra e cioè di impiego reale.” [stf/ab16/1/p122]

 

Per tutta la filiera dell’armamento, Israele era importante perché permetteva di collaudare subito gli armamenti. Se il progettista diceva che quella certa arma poteva distruggere un palazzo allora Israele cercava subito un palazzo, palestinese (ovvio) e provava a distruggerlo con la nuova arma. Chiaramente il palazzo palestinese abbattuto era pieno di terroristi, dai dieci anni in giù, ma basta dire: “definisci bambino”.

Poi si passa alla “geometria”, alle “triangolazioni”:

Nell'”accordo col noto Paese” rientrava anche la triangolazione verso Israele: tali triangolazioni in sostanza, possono definirsi anch’esse “operazioni coperte”. Nell’ambito delle operazioni triangolari noi, e sempre per quanto riguarda Israele, sapevamo che determinato materiale di armamento doveva in realtà pervenire ad Israele e che all’uopo era stato scelto un Paese fittizio: i canali per pervenire al risultato del trasferimento della merce ad Israele non ci erano noti e, solo in un secondo momento, e non sempre, sapevamo del buon fine della spedizione. [stf/ab16/1/p122]

(fine della seconda parte)


Argo-16, le stragi ed Israele – prima parte

Argo-16, le stragi ed Israele – seconda parte

Argo-16, le stragi ed Israele – terza parte

Argo-16, le stragi ed Israele – quarta parte

La piccola Iman e l’orco sionista

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